Riconoscerla, parlarne, chiedere aiuto. E sapere che da quest’anno il Fasi sostiene anche i percorsi di cura più continuativi e strutturati.
Ogni genitore conosce l’ansia di un figlio prima di un esame o di una partita importante. È normale, e in fondo è anche utile, perché aiuta ad affrontare le prove. A volte però l’ansia cresce fino a occupare troppo spazio. Diventa sproporzionata, dura per mesi e non si attenua nemmeno quando il motivo è passato. Non è un capriccio né una debolezza: è un malessere reale, che si può riconoscere e curare.
I ragazzi raramente trovano le parole per dire ciò che provano, e più spesso lo mostrano. Può capitare che un figlio lasci lo sport o gli amici a cui teneva e passi sempre più tempo in camera. A volte si blocca davanti a cose che prima faceva senza difficoltà. Altre volte la mattina ha mal di pancia o nausea prima di andare a scuola, fino a non riuscire più ad andarci. Per questo, più che chiedersi quanto sia in ansia, può aiutare chiedersi che cosa ha smesso di fare a causa dell’ansia.
Davanti a questi segnali è umano cercare una spiegazione rassicurante e pensare che sia solo una fase. Spesso non è disattenzione, ma paura di ciò che si potrebbe scoprire, o il timore di aver sbagliato qualcosa. Sono sentimenti comprensibili, e chiedere aiuto non è un fallimento del proprio ruolo di genitore: è un modo per esercitarlo.
Il primo passo è anche il più semplice: esserci. Si può scegliere un momento tranquillo e partire da ciò che si è osservato (“ho notato che…”), senza giudicare e senza minimizzare. Così il ragazzo si sente ascoltato e può cominciare a dare un nome a ciò che prova. Accanto all’ascolto servono presenza e coerenza, e un incoraggiamento graduale a riprendere in mano le proprie giornate. Prima si interviene, meglio è: il medico di famiglia può indicare a quali specialisti rivolgersi.
Quando serve un sostegno in più
Quando l’ansia rende difficile vivere la quotidianità, può essere utile un percorso più strutturato. Può essere la frequenza di giorno in un centro diurno, che permette di restare a casa con la propria famiglia. Nei casi più complessi può essere un periodo in una struttura residenziale specializzata. Sono entrambi luoghi di cura in cui un’équipe di professionisti accompagna il ragazzo nel suo insieme, non solo nel sintomo, aiutandolo a ritrovare fiducia e autonomia.
Per sostenere le famiglie in questi percorsi, dal 1° gennaio 2026 il Fasi riconosce rimborsi in forma indiretta per i figli iscritti dai 14 ai 25 anni compiuti:
- percorso residenziale: fino a € 216 al giorno, per un massimo di 270 giorni nell’anno solare;
- percorso diurno di 8 ore: fino a € 90 al giorno, per un massimo di 180 giorni;
- percorso diurno di 4 ore: fino a € 63 al giorno, per un massimo di 180 giorni.
Per il rimborso è necessaria la cartella clinica completa con il PAI (Piano Assistenziale Individualizzato) aggiornato, in cui risultino le date di ricovero e di dimissione.
Se un figlio ha attacchi di panico con dolore al petto, non riesce a uscire di casa per giorni o esprime pensieri di farsi del male, non bisogna aspettare: rivolgetevi al pronto soccorso o chiamate il 112.
Articolo redatto con il contributo clinico di Recovery For Life.



